Le guerre continuano a infliggere costi umani, sociali ed economici devastanti, alimentando traumi collettivi e aggravando le disuguaglianze globali. Dal dramma quotidiano di Gaza alle minacce di nuove escalation in Europa, fino ai conflitti che devastano l’Africa, l’Asia e il Sud America, il 2024 vede ancora l’umanità intrappolata in violenti scontri. Viene allora da chiedersi: come apparirebbe il mondo se destinassimo gli attuali fondi delle industrie militari in azioni di welfare globale e nella costruzione della pace? Spezzare questo ciclo distruttivo sarebbe teoricamente possibile. Questo articolo analizza i presupposti etici, umani, narrativi ed organizzativi per costruire una società incentrata sul benessere collettivo, immaginando un futuro in cui le immense risorse oggi spese per i conflitti siano invece destinate a migliorare la vita di tutti.
Indice
Introduzione
Le guerre come fenomeno storico: perché è rilevante parlarne oggi
I conflitti armati hanno segnato la storia dell’umanità influenzando confini, culture e società. Per provare a capire se oggi sono ancora realmente necessari, occorre comprenderne le radici storiche ed evoluzionistiche, ponendoci la seguente domanda: le guerre fanno intrinsecamente parte della nostra specie?
L’antropologo R. Brian Ferguson sostiene che la tendenza umana agli scontri armati non è innata, piuttosto si tratterebbe di una risposta a specifiche condizioni ambientali e sociali, tra cui in primis la competizione per risorse limitate propria dell’era preindustriale. Con l’evoluzione dei sistemi produttivi e l’abbondanza relativa di risorse, le motivazioni dei conflitti armati hanno subito una trasformazione: dalla lotta per la sopravvivenza alle guerre intese come strumento di dominio e sopraffazione. Questo cambiamento è stato analizzato da studiosi come Ekkehart Krippendorff che nel suo lavoro “Lo stato e la guerra” evidenzia come lo Stato moderno sfrutti le guerre come strumento di governo. Questa funzione viene frequentemente legittimata attraverso ideologie che alimentano la retorica del nemico, creando divisioni artificiali che rafforzano il controllo politico e sociale.
Perché superare i conflitti armati rappresenta un passo fondamentale per lo sviluppo collettivo
In un mondo in cui le risorse sono relativamente abbondanti il vero problema non è più la scarsità, ma la loro distribuzione iniqua. Questo rende le guerre non solo evitabili, ma controproducenti per il benessere collettivo. Superare gli scontri armati diventa oggi un atto di intelligenza evolutiva e un’opportunità per ripensare come impiegare queste risorse. Cambiare il paradigma relazionale, passando dalla logica del nemico a una visione unitaria dell’umanità come “unica tribù globale”, significa spostare l’attenzione dalla competizione alla cooperazione. Tale approccio permetterebbe una redistribuzione sostenibile che potrebbe trasformare le vite di miliardi di persone. Per comprendere l’urgenza di questa transizione e il suo potenziale impatto positivo (che verrà approfondito nella parte finale di questo articolo tramite una ipotetica proiezione economica di uno scenario in cui si punta sul welfare globale), è prima fondamentale analizzare le cause e i costi dei conflitti armati.
I costi delle guerre
Costi umani: vite perse, carestie e migrazioni
Secondo il Global Peace Index 2024 dell’Institute for Economics and Peace, nel 2023 il numero di morti legate ai conflitti ha raggiunto le 238.000 vittime, il livello più alto di questo secolo, con un aumento del 96% rispetto all’anno precedente. In particolare, il conflitto in Etiopia ha causato oltre 100.000 morti sul campo di battaglia, mentre le morti legate a malattie e carestie sono state stimate in oltre 200.000. La guerra in Ucraina ha provocato circa 83.000 decessi, con il 65% degli uomini ucraini tra i 20 e i 24 anni che hanno lasciato il paese o sono morti nel conflitto.
Dal World Migration Report 2024 dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), si evince in aggiunta che i conflitti armati sono una delle principali cause di migrazione forzata a livello globale. Nel 2022, l’Africa subsahariana ha registrato il maggior numero di sfollati interni a causa di conflitti e violenze, con oltre 4 milioni di persone sfollate nella Repubblica Democratica del Congo e più di 2 milioni in Etiopia. In Somalia, sono 621.000 le persone che sono state costrette a lasciare le proprie case. Insomma, un vero e proprio disastro!
Costi sociali: disgregazione di comunità, instabilità politica
Oltre che morti e migrazioni, le guerre causano una disgregazione delle comunità. Si tratta di una delle conseguenze più drammatiche dei conflitti in quanto si traduce concretamente in uno scenario fatto di famiglie separate, villaggi distrutti e tessuti sociali completamente spezzati. L’instabilità politica che ne deriva spesso prolunga a sua volta gli scontri stessi, inoltre indebolisce le istituzioni e crea terreno fertile per l’autoritarismo e il caos. Questi costi sociali, difficili da quantificare, comportano una delle aree più consistenti dove occorre intervenire per la ricostruzione e la pace, in quanto presuppone adoperarsi per “guarire” i profondi traumi individuali e collettivi causati dai conflitti.
Costi economici: spese militari, distruzione di infrastrutture, impatti sull’economia globale
I costi economici delle guerre sono enormi. Le spese militari drenano risorse pubbliche verso armamenti e operazioni belliche, spesso a discapito proprio del welfare. Inoltre, va considerata anche la distruzione di infrastrutture come ponti, strade e sistemi energetici che paralizza le economie locali rendendo difficile la ripresa anche dopo la fine dei conflitti.
A livello globale, i conflitti interrompono le catene di approvvigionamento, riducono l’offerta di beni essenziali e aumentano i costi energetici, destabilizzando i mercati e alimentando l’inflazione. Secondo il già citato Global Peace Index 2024 di IEP, il costo economico delle guerre nel 2023 è stato stimato in oltre 17 trilioni di dollari (tale cifra rappresenta il costo complessivo che i conflitti impongono all’economia mondiale, considerando impatti diretti e indiretti), equivalente al 13% del PIL mondiale.
Chi beneficia delle guerre?
Se i costi costi dei conflitti sono così elevati sotto ogni punto di vista, e se è vero che le motivazioni storiche ed evoluzionistiche legate alla scarsità delle risorse non sono più in essere, viene da chiedersi chi ha allora ancora interesse a mandare avanti i conflitti armati. E come spesso accade quando si cerca di trovare delle risposte a domande importanti legate a profondi controsensi dell’umanità, basta seguire “il flusso del soldo”.

Il ruolo del complesso militare-industriale
Il complesso militare-industriale rappresenta la stretta relazione tra governi, forze armate e industrie belliche, configurandosi come uno dei pilastri dell’economia globale. Nato e consolidato nel XX secolo, questo sistema genera enormi profitti attraverso la produzione e la vendita di armamenti, spesso influenzando le politiche pubbliche per garantire la propria espansione.
Un’analisi economica dell’impatto del complesso militare-industriale
Nel 2023, la spesa militare globale ha raggiunto un record storico di 2.443 miliardi di dollari, segnando un incremento del 6,8% rispetto all’anno precedente. I principali investitori in ambito difensivo sono stati gli Stati Uniti, la Cina e la Russia. Le aziende leader nel settore degli armamenti, come Lockheed Martin, Boeing e Raytheon Technologies, hanno dominato il mercato globale, con ricavi annuali che superano decine di miliardi di dollari. Ad esempio, nel 2022, Lockheed Martin ha registrato vendite per 57,5 miliardi di dollari nel comparto della difesa. Parallelamente al commercio legale, una parte significativa degli armamenti finisce nel mercato nero, alimentando conflitti locali e guerre civili. Il SIPRI Yearbook 2023 sottolinea come il traffico illecito di armi contribuisca all’instabilità in diverse regioni del mondo tra cui l’Africa occidentale, il Sahel e il Medio Oriente. In particolare, in Africa occidentale e nel Sahel, le armi trafficate alimentano conflitti armati e attività terroristiche, mentre nel Medio Oriente contribuiscono a prolungare guerre civili e tensioni regionali.
Gli interessi geopolitici: controllo delle risorse e influenza globale
I conflitti armati sono spesso guidati da interessi geopolitici legati al controllo delle risorse naturali e al consolidamento dell’influenza globale. Regioni ricche di petrolio, gas, minerali preziosi o risorse strategiche diventano epicentri di scontri, come nel caso della Guerra del Golfo, con le potenze globali che intervengono direttamente o indirettamente per garantirsi l’accesso privilegiato. In Africa, è la competizione per minerali rari come il coltan e il cobalto ad alimentare conflitti locali, spesso finanziati da attori esterni. Anche la guerra in Ucraina dimostra come il controllo geopolitico di territori strategici possa ridefinire equilibri di potere globali, fino a mettere a repentaglio la stabilità dei rapporti internazionali, tanto da rappresentare una possibile miccia per un conflitto su vasta scala.
Strumento di potere: come le guerre rafforzano le élite
Come anticipato durante l’introduzione, le guerre fungono da strumento di potere, consolidando il controllo di governi e delle élite politiche ed economiche. Attraverso la mobilitazione delle risorse e il controllo delle popolazioni, i conflitti offrono alle élite l’opportunità di rafforzare la loro influenza, giustificando restrizioni alle libertà civili e aumentando le spese militari. Noam Chomsky, nel suo saggio Necessary Illusions: Thought Control in Democratic Societies, evidenzia come i conflitti vengano spesso utilizzati come sistemi di distrazione di massa, distogliendo l’attenzione dell’opinione pubblica da problemi interni attraverso una narrazione manipolata dai media.
Lo stretto legame tra banche e conflitti armati
Famiglie potenti come i Rothschild hanno storicamente consolidato la loro ricchezza fornendo fondi e armi agli scontri armati. Durante le guerre napoleoniche, Nathan Mayer Rothschild fu determinante nel finanziare gli sforzi bellici britannici, organizzando la spedizione di lingotti agli eserciti del Duca di Wellington attraverso l’Europa e facilitando il pagamento di sussidi finanziari britannici ai loro alleati continentali. Questo modello di finanziamento dei conflitti ha stabilito un precedente per la stretta relazione tra istituzioni finanziarie e guerre, con le banche che traggono profitto dal sostegno all’industria bellica. Ad esempio, un rapporto della Fondazione Finanza Etica ha rivelato che oltre 959 miliardi di dollari sono stati destinati dalle istituzioni finanziarie al sostegno della produzione e del commercio di armi. A dominare tale relazione non è dunque il principio del benessere comune, quanto il profitto di pochi privati che sfruttano le possibilità del sistema capitalista a proprio vantaggio e a discapito di tutti gli altri.
Gli aspetti propagandistici e percettivi

Il consenso alla guerra: la manipolazione dei popoli per orientarli ai conflitti
Come è possibile che i popoli – ovvero proprio coloro che sopportano i costi maggiori dei conflitti – finiscano per dare il proprio consenso agli scontri armati? Come possono le élite continuare a perseguire i loro interessi economici e politici a scapito della stragrande maggioranza della popolazione mondiale? La risposta risiede nella capacità di mascherare tali interessi dietro giustificazioni ideologiche e di sicurezza (“fare la guerra per la pace”, “rafforzare le difese a favore degli equilibri e rapporti internazionali”, “diventare leader mondiale”, “difendere il Paese dagli invasori”, etc), perpetuando una logica di dominio che contrasta con la pace globale. La “narrativa del nemico”, su cui si fonda la propaganda bellica, permette di fare leva su un arcaico senso di “tribalismo tossico” che può essere proprio dei sapiens, distogliendo le menti dal valutare scenari alternativi non violenti.
La guerra come risoluzione di conflitti nella percezione pubblica
Quali sono gli effetti della narrativa del nemico sulle nostre menti? Fin da bambini studiamo le guerre come fatti storici; sentiamo parlare di loro al telegiornale; ne viviamo le conseguenze in maniera diretta o indiretta. Mentre ci scandalizziamo per una rissa di quartiere o per un singolo assassinio ad opera di un civile, il grado di indottrinamento cui siamo stati sottoposti vuole che la guerra ci sembri invece risolutiva e necessaria. Si tende a naturalizzarla e a percepirla come un qualcosa di dato, come se non fossimo proprio noi ad avere il potere di cambiarne le sorti; come se non fosse proprio il potere collettivo che deleghiamo allo Stato che permette il perpetuarsi di queste inaccettabili atrocità. Certamente questo noi delegante non riguarda il singolo individuo, ma il potere del no che risiede nella coscienza collettiva. Quello stesso no che per esempio ha fatto la Storia durante la Rivoluzione Francese. Occorre smettere di prendere la realtà per una dato di fatto indiscutibile e fatalmente irreversibile. Occorre iniziare a domandarci come e quando dire coralmente “adesso basta”.
Il circolo vizioso della violenza: perché è difficile uscirne
Nella logica della guerra, gli esseri umani vivono nel timore reciproco, vedendo l’altro come una minaccia da cui difendersi. Al contrario, nella logica della pace, l’altro diventa un fratello con cui solidarizzare e costruire relazioni basate su fiducia e cooperazione. Questo passaggio è complesso a causa di dinamiche sistemiche: quando si subisce un danno (reale o presunto che sia), si tende a legittimare azioni violente in nome della difesa (effettiva o preventiva). Tale comportamento genera un circolo vizioso in cui ogni attacco giustifica un contrattacco, perpetuando la violenza. Questo ciclo si romperà solo quando la maggioranza delle popolazioni concorderà nell’intraprendere uno sforzo globale per invertire la rotta.
È qui che si parla di salto evolutivo: passare dalla logica del dominio a quella della solidarietà, dalla concezione della separazione alla consapevolezza dell’unitarietà della specie*. Questo cambiamento non è solo desiderabile, ma necessario per il progresso collettivo e la costruzione di un futuro pacifico.
Nota: fu il dottor Luigi D’Elia il primo a farmi riflettere sull’importanza della “visione di specie”, la quale ci vede uniti da un unico destino umano al di là di ogni differenza culturale, etnica o di genere.
Le alternative alle guerre: occorre rimboccarsi le maniche!
Esistono molti altri modi per gestire i conflitti. Le alternative possibili includono:
- Diplomazia preventiva: interventi anticipati per gestire tensioni politiche e sociali attraverso negoziati e mediazione internazionale.
- Giustizia transizionale: meccanismi come tribunali, commissioni di verità e risarcimenti per affrontare le radici storiche dei conflitti.
- Costruzione della pace: sostenere progetti di sviluppo economico, istruzione e coesione sociale per ridurre le disparità che alimentano i conflitti.
- Arbitrati internazionali: affidarsi a istituzioni globali per risolvere le dispute territoriali o economiche senza ricorrere alla violenza.
- Nonviolenza attiva: movimenti come quelli guidati da Gandhi o Martin Luther King dimostrano che il cambiamento può avvenire attraverso strategie nonviolente, mobilitando il consenso popolare.
- Mediazione internazionale: strategie che coinvolgono organismi come l’ONU o altri attori neutrali per facilitare il dialogo tra le parti in conflitto, cercando soluzioni condivise.
Queste alternative richiedono un impegno collettivo e una nuova etica globale che valorizzi la cooperazione sopra la competizione armata. Dobbiamo iniziare a rimboccarci le maniche, perché quelle stesse energie e risorse che utilizziamo per massacrarci, servono invece per generare bene comune.
Dove potrebbero essere investite le risorse oggi destinate ai conflitti?
Inserendo in ChatGPT il prompt di simulare una possibile ridistribuzione delle risorse globali attualmente investite in fondi militari, la risposta che ne consegue è assai interessante. Ecco i risultati che, chiaramente, non vanno interpretati come definitivi, piuttosto possono aiutarci a farci un’idea di quello che sarebbe l’impatto positivo sull’umanità dinnanzi un ipotetico smantellamento delle industrie militari a favore di un welfare globale.
La risposta di ChatGPT
“Ho simulato la ridistribuzione dei fondi destinati alla spesa militare globale verso ambiti di welfare e sviluppo sostenibile, mostrando anche i potenziali scenari di benessere globale che ne deriverebbero. Puoi visualizzare i dati dettagliati nei documenti che ho condiviso.”

Tabella sulla ridistribuzione dei fondi militari nel welfare globale
Nel 2023, la spesa militare globale ha raggiunto un record storico di 2.443 miliardi di dollari, pari a 306 dollari per ogni abitante del pianeta. Se questi fondi fossero ridistribuiti in ambiti chiave del welfare globale, potrebbero apportare significativi miglioramenti al benessere collettivo. Ecco i dettagli della simulazione.
Istruzione
- Investimento: 732,9 miliardi di dollari (30%)
- Impatto previsto:
- Accesso universale all’istruzione primaria e secondaria per oltre 260 milioni di bambini attualmente fuori dalla scuola (dati UNESCO).
- Riduzione del tasso globale di analfabetismo del 50%, con impatti positivi sulla crescita economica e sull’uguaglianza di genere.
Sanità
- Investimento: 610,75 miliardi di dollari (25%)
- Impatto previsto:
- Vaccinazione universale per malattie prevenibili, salvando 4 milioni di vite all’anno (dati OMS)*.
- Riduzione della mortalità infantile del 60% nei paesi a basso reddito.
- Accesso all’acqua potabile per circa 2,2 miliardi di persone, riducendo il rischio di malattie idrotrasmesse.
*Nota: È doveroso sottolineare che questi ultimi anni hanno evidenziato quanto il tema delle vaccinazioni sia controverso. Sarebbe fondamentale introdurre sistemi di controllo dei prodotti gestiti da enti realmente indipendenti, non finanziati da privati o case farmaceutiche, per garantire la massima trasparenza e l’assenza di conflitti di interesse. Inoltre, in ambito sanitario, accanto alle campagne vaccinali sarebbe altrettanto importante promuovere un generale miglioramento delle condizioni igieniche.
Sicurezza alimentare
- Investimento: 488,6 miliardi di dollari (20%)
- Impatto previsto:
- Riduzione della fame globale del 68%, garantendo cibo nutriente a circa 600 milioni di persone (dati FAO).
- Sostegno all’agricoltura sostenibile per i piccoli produttori, aumentando la resilienza alimentare nelle regioni più vulnerabili.
Infrastrutture verdi
- Investimento: 366,45 miliardi di dollari (15%)
- Impatto previsto:
- Creazione di città sostenibili per oltre 3 miliardi di persone, con trasporti pubblici ecologici e infrastrutture resilienti.
- Riduzione delle emissioni di CO2 del 10% entro 10 anni, mitigando gli effetti del cambiamento climatico.
Energie rinnovabili
- Investimento: 244,3 miliardi di dollari (10%)
- Impatto previsto:
- Aumento della quota di energie rinnovabili al 40% dell’energia globale entro il 2030 (dati IEA).
- Creazione di circa 20 milioni di posti di lavoro nel settore delle energie pulite, sostenendo la transizione energetica e riducendo la dipendenza dai combustibili fossili.
Scenario globale
- Riduzione della povertà estrema del 50%.
- Miglioramento dell’aspettativa di vita media globale di 4-5 anni.
- Aumento della stabilità sociale e riduzione dei conflitti legati alla scarsità di risorse.
Dati impressionanti, questi, che ci dimostrano quanto assurdo sia continuare a puntare sul reciproco massacro.
Conclusione
Riflessione finale: l’urgenza di un cambiamento di paradigma per una nuova etica globale incentrata sulla pace
Il Positive Peace Report 2024 dell’Institute for Economics & Peace analizza i fattori che costruiscono, predicono e sostengono la pace, offrendo approfondimenti sul concetto di Pace Positiva e sui risultati dell’Indice di Pace Positiva (PPI). Il rapporto evidenzia che le società con alti livelli di Pace Positiva sono più resilienti, economicamente prospere e socialmente coese. Inoltre, queste società mostrano migliori performance ecologiche e livelli più elevati di benessere e felicità. In conclusione, il rapporto sottolinea e conferma l’importanza di rafforzare i pilastri della Pace Positiva per promuovere la stabilità e lo sviluppo sostenibile a livello globale.
La responsabilità collettiva: come ognuno può contribuire alla creazione di un mondo senza guerre
Ogni persona può contribuire a lavorare per contrastare gli effetti dell’indottrinamento propagandistico: educare alla pace, promuovere il dialogo, sostenere politiche nonviolente e smontare le narrazioni che legittimano i conflitti. Ma anche partecipare attivamente a movimenti per la giustizia sociale e diffondere contenuti e informazioni che dimostrino quanto controproducente, da ogni punto di vista, sia la follia dei conflitti armati. Infine, la responsabilità collettiva si manifesta anche nel pretendere dai governi politiche che diano la priorità agli investimenti sul welfare. Ogni azione conta per spezzare il ciclo della violenza.

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