Il mondo contemporaneo appare spesso caotico. Di fronte a crisi ambientali, conflitti, disuguaglianze e trasformazioni rapide, ciò che colpisce non è solo la quantità dei problemi, ma la difficoltà dell’umanità a riconoscerli come problemi comuni e a coordinarsi con un’urgenza proporzionata.
Esistono molte realtà che stanno sviluppando una consapevolezza globale e sperimentando soluzioni nuove. Allo stesso tempo, altre iniziative continuano a produrre conseguenze negative o distruttive. Questa convivenza di direzioni opposte mi ha portata a una domanda soprattutto psicologica: perché persone e organizzazioni possono interpretare in modo così diverso una realtà che, nelle sue conseguenze, riguarda tutti?
La risposta che ho iniziato a formulare riguarda l’identità. Si può conoscere razionalmente l’interdipendenza e continuare a percepirla come qualcosa di esterno a sé. Si può sapere che una scelta produce effetti su altre persone, territori o generazioni future senza sentirli come parte della propria esperienza. Il punto, quindi, riguarda anche il confine entro cui ciascuno definisce ciò che considera “proprio”.
È in questo senso che propongo il concetto di corpo esteso: l’insieme delle relazioni biologiche, ecologiche, sociali, economiche e simboliche che partecipano concretamente alle condizioni di esistenza di una persona. Chiamarlo “corpo” significa attribuire a questa interdipendenza una dimensione identitaria. Se il sistema da cui dipendo viene percepito come parte di me, cambia anche il significato della responsabilità verso di esso.
- Che cosa intendo per “corpo esteso”?
- Perché chiamarlo “corpo esteso”?
- Perché parlare di corpo?
- Dal pensiero lineare al pensiero sistemico
- Un esempio: la transizione energetica
- La sostenibilità come criterio di osservazione
- Dal corpo esteso alla sostenibilità sistemica
- Che cosa cambia sul piano politico?
- Chi definisce la salute del sistema?
- Il corpo esteso nella vita quotidiana
- Una lente per leggere le relazioni
Che cosa intendo per “corpo esteso”?
Per corpo esteso intendo l’insieme delle relazioni ecologiche, biologiche, sociali e simboliche che concorrono alle condizioni di esistenza e di possibilità di un individuo.
Interdipendenza
Le parti del sistema dipendono le une dalle altre.
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Corpo esteso
L’individuo si percepisce come parte del sistema, non come osservatore esterno.
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Responsabilità
Prendersi cura del sistema significa prendersi cura delle condizioni della propria esistenza.
Ogni persona respira aria che non produce, mangia cibo proveniente da ecosistemi e filiere che attraversano territori lontani, utilizza infrastrutture costruite collettivamente, usa linguaggi ricevuti da generazioni precedenti, dipende da reti economiche e sociali e costruisce la propria identità attraverso relazioni.
L’individuo, osservato in questa prospettiva, appare come un nodo dentro una rete di interdipendenze. La sua autonomia esiste, ma opera sempre all’interno di condizioni materiali e relazionali che la rendono possibile.
Questa impostazione è vicina al pensiero sistemico nella misura in cui considera gli effetti reciproci tra le parti di un insieme. Gregory Bateson, in Steps to an Ecology of Mind, descrive la mente e i processi viventi attraverso circuiti di relazione e feedback, mostrando quanto diventi fuorviante isolare rigidamente un elemento dal contesto che lo rende intelligibile.1 Il riferimento è utile perché sposta l’attenzione dall’oggetto separato alle relazioni che ne condizionano l’esistenza. Il concetto di corpo esteso aggiunge a questa prospettiva una dimensione identitaria e una dimensione di responsabilità: quali effetti producono i modelli di vita sul sistema di cui ogni individuo è parte?
Perché chiamarlo “corpo esteso”?
L’idea di interdipendenza ha una storia lunga. È presente nell’ecologia, nella teoria dei sistemi, nella cibernetica, nelle scienze sociali e in numerose tradizioni filosofiche. Descrive una condizione ormai difficilmente contestabile: gli esseri umani esistono all’interno di reti biologiche, materiali, culturali e relazionali dalle quali dipendono continuamente.
Propongo di chiamare questa condizione corpo esteso perché il termine modifica anche il modo in cui la persona percepisce la propria posizione rispetto a quelle relazioni. Parlare di interdipendenza può ancora far pensare a un osservatore esterno che analizza una rete di connessioni. Parlare di corpo esteso implica un’identificazione: quella rete comprende anche l’osservatore.
Con questa prospettiva, il sistema viene percepito come qualcosa di cui l’individuo è parte in modo indistricabile. La relazione con esso assume una qualità simile a quella che ciascuno intrattiene con il proprio corpo individuale. Una persona si occupa della propria salute perché riconosce quel corpo come proprio; riconoscere un corpo esteso significa estendere questa percezione anche alle condizioni che rendono possibile la vita collettiva.
Da questa prospettiva, il corpo esteso è un corpo collettivo e ciascun individuo ne costituisce una cellula. Ogni cellula dispone di una propria funzione, di margini di autonomia e di una storia specifica, mentre la sua possibilità di esistere dipende dall’insieme delle relazioni che la collegano al resto dell’organismo.
Il passaggio linguistico ha quindi una funzione identitaria: porta l’individuo a considerarsi parte delle dinamiche sistemiche che osserva. Con questo slittamento cambia anche il significato della responsabilità: prendersi cura del sistema significa prendersi cura delle condizioni estese della propria esistenza.
Perché parlare di corpo?
La parola “corpo” rende percepibile una relazione che, se espressa soltanto in termini astratti, rischia di restare lontana dall’esperienza.
Se un ecosistema viene degradato, gli effetti arrivano al corpo attraverso l’aria, l’acqua, il cibo, il clima e le condizioni di salute. Sul piano sociale accade qualcosa di analogo: livelli elevati di sfiducia, isolamento, conflitto o disuguaglianza incidono sulle relazioni, sulla salute mentale, sulla sicurezza percepita, sulle opportunità educative e sulla qualità della vita.
La dimensione corporea consente quindi di osservare come gli effetti prodotti dal sistema arrivino concretamente alla vita individuale. Una decisione presa in un punto del sistema può produrre conseguenze molto lontane dal luogo in cui è stata originata, fino a diventare esperienza concreta nella vita di qualcuno.
Dal pensiero lineare al pensiero sistemico
Molte crisi contemporanee vengono affrontate attraverso schemi lineari: si individua un problema, si cerca una causa prevalente e si progetta una soluzione specifica. Questo approccio può essere utile quando le relazioni causali sono relativamente semplici. Nei sistemi complessi, però, le conseguenze tendono a distribuirsi su più livelli.
Una politica energetica produce effetti economici, geopolitici e sociali. Una scelta economica modifica l’accesso alle risorse e può influire sugli ecosistemi. Una trasformazione tecnologica cambia il lavoro, la distribuzione del potere e le modalità con cui costruiamo identità, informazione e consenso.
Per valutare una soluzione diventa quindi necessario osservare anche gli effetti secondari, le retroazioni e gli spostamenti di costo da una parte all’altra del sistema.
La domanda utile si allarga:
Che cosa produce questa soluzione sull’insieme delle relazioni coinvolte?
Un esempio: la transizione energetica
La transizione energetica mostra bene la differenza tra una lettura settoriale e una lettura sistemica.
Si può chiedere quanta energia sia tecnicamente producibile attraverso solare, eolico, idroelettrico e altre fonti. L’analisi può poi estendersi alle materie prime necessarie, ai luoghi di estrazione, ai costi ambientali e sociali delle filiere, alla distribuzione dei benefici economici, alla resilienza delle reti e agli effetti sull’autonomia dei territori.
Queste domande permettono di valutare la transizione energetica con maggiore profondità. Nell’approfondimento Le energie rinnovabili possono coprire il fabbisogno energetico globale? ho iniziato a osservare proprio questa pluralità di condizioni.
Il corpo esteso offre un criterio per tenere insieme dimensioni che, nelle analisi più settoriali, tendono a essere trattate separatamente.
La sostenibilità come criterio di osservazione
Uno dei problemi più delicati riguarda il modo in cui si valutano culture, politiche e modelli economici differenti. Il confronto basato esclusivamente sui valori rischia di trasformarsi in una disputa tra visioni del mondo, ciascuna fondata sui propri presupposti.
Un’altra possibilità consiste nell’osservare gli effetti prodotti: quali conseguenze genera un modello sulle persone, sulle comunità, sugli ecosistemi e sulle relazioni da cui dipende la sua stessa continuità?
La sostenibilità può essere letta, in questo senso, come un criterio di osservazione. Consente di confrontare configurazioni diverse sulla base delle conseguenze che producono e della loro capacità di mantenere condizioni vivibili nel tempo.
Questa prospettiva lascia spazio alla pluralità culturale perché non prescrive una forma unica di organizzazione sociale. Chiede piuttosto di rendere visibili i costi, i benefici, le dipendenze e le esternalità che ogni configurazione genera.
Dal corpo esteso alla sostenibilità sistemica
La sostenibilità sistemica amplia il campo di osservazione della sostenibilità tradizionale. Una scelta viene valutata considerando insieme dimensioni ambientali, biologiche, sociali, economiche, culturali e relazionali.
L’equilibrio, in questo quadro, è dinamico. I sistemi viventi cambiano continuamente e la loro capacità di durare dipende anche dalla possibilità di leggere i feedback, riconoscere gli effetti indesiderati e modificare progressivamente il proprio funzionamento.
Una società capace di sostenersi nel tempo deve quindi sviluppare strumenti di osservazione e correzione. La qualità delle informazioni, la possibilità di verificarle e la presenza di meccanismi di feedback diventano parte del problema della sostenibilità stessa.
Che cosa cambia sul piano politico?
L’interdipendenza modifica anche il modo in cui si può pensare la governance.
Molti problemi contemporanei attraversano contemporaneamente scale locali e globali. Il cambiamento climatico ha una dimensione planetaria e conseguenze territoriali. L’economia è fortemente interconnessa, mentre il lavoro e la qualità della vita vengono sperimentati in luoghi specifici. Le decisioni tecnologiche possono essere prese da poche organizzazioni e produrre effetti su popolazioni molto ampie.
Questo rende particolarmente importante la capacità di coordinare più livelli decisionali senza concentrare ogni funzione nello stesso centro.
Il tema è strettamente collegato al glocalismo: una prospettiva che prova a tenere insieme interdipendenza globale, autonomia territoriale e capacità locale di risposta.
Chi definisce la salute del sistema?
Qualsiasi teoria che utilizzi la “salute del sistema” come criterio politico deve affrontare una questione decisiva: chi stabilisce quali effetti siano accettabili e quali no?
Il concetto di corpo esteso non implica una centralizzazione del potere, né una normatività unica e totalizzante. Al contrario, proprio perché ogni individuo e ogni comunità sono parti del sistema, i criteri con cui si valutano gli effetti devono restare discutibili, verificabili e aperti al confronto.
La concentrazione di questa funzione in una singola autorità, in un’élite tecnica o in un sistema algoritmico produrrebbe un problema di potere prima ancora che di efficienza. Chi controlla i criteri di misurazione può influenzare anche la definizione di ciò che viene presentato come interesse collettivo.
Per questo trasparenza dei dati, pluralità delle fonti, possibilità di audit, governance policentrica, controllo reciproco tra istituzioni e partecipazione delle comunità acquistano un valore strutturale.
La questione dei criteri è complessa e merita un approfondimento specifico: verrà ripresa in un articolo dedicato, per distinguere con maggiore precisione ciò che è misurabile, ciò che resta discutibile e quali garanzie servono per evitare derive tecnocratiche o autoritarie.
Il corpo esteso nella vita quotidiana
Il concetto diventa più chiaro se applicato alla vita quotidiana.
Ogni persona entra continuamente in relazione con il proprio corpo esteso attraverso ciò che consuma, il modo in cui lavora, le relazioni che costruisce, gli ambienti che abita, le tecnologie che utilizza, le informazioni che condivide, le istituzioni a cui partecipa e le risorse che utilizza direttamente o indirettamente.
La responsabilità individuale, in questo quadro, va collocata dentro una distribuzione molto più ampia delle possibilità di azione. Individui, organizzazioni, imprese e istituzioni dispongono di margini di intervento differenti e producono impatti di peso diverso.
Parlare di corpo esteso permette quindi di riconoscere la propria implicazione nei processi sistemici senza perdere di vista le differenze di potere e di responsabilità che attraversano il sistema.
Una lente per leggere le relazioni
Il corpo esteso propone un criterio di osservazione che può essere applicato a energia, economia, politica, tecnologia, educazione, famiglia e relazioni sociali.
Quali relazioni rendono possibile una determinata scelta e quali conseguenze produce sul sistema di cui si è parte?
Questa domanda può aiutare a confrontare modelli differenti senza ridurre la discussione a una contrapposizione tra visioni morali. Permette di osservare ciò che accade, individuare le interdipendenze, rendere visibili gli effetti e verificare dove emergano tensioni, costi o possibilità di adattamento.
In questa prospettiva colloco Società Consapevole: uno spazio in cui le ipotesi possano essere confrontate con dati, casi reali, ricerca e conseguenze osservabili, con la possibilità di correggerle quando i risultati osservati non coincidono con quelli attesi.
Imparare a leggere la rete di relazioni che sostiene l’esistenza individuale e collettiva permette di formulare domande più precise sulle condizioni che rendono una società capace di durare, adattarsi e restare vivibile nel tempo.
Note bibliografiche
1. Gregory Bateson, Steps to an Ecology of Mind: Collected Essays in Anthropology, Psychiatry, Evolution, and Epistemology, Chandler Publishing Company, 1972.