Identificazione, bias da separatezza e scelta intenzionale della cura
Posso sapere che la mia vita dipende dall’acqua, dal lavoro di altre persone, dalle istituzioni e dagli ecosistemi, continuando a considerare tutto questo come qualcosa di esterno a me. Il sapere descrive un legame; riconoscermi in quel legame cambia il modo in cui comprendo la mia esistenza. È questo passaggio che desidero mettere a fuoco: dal sapere al sentirsi parte.
Nel progetto Società Consapevole chiamo corpo esteso l’insieme dei processi biologici, ecologici, sociali, economici e simbolici che partecipano alle nostre condizioni di esistenza. Questi processi hanno effetti anche quando li ignoriamo. La loro realtà precede il nostro riconoscimento; le descrizioni con cui cerchiamo di comprenderli rimangono parziali e correggibili.
Che cosa intendo per bias da separatezza
Con bias da separatezza indico, nel lessico di questo progetto, la tendenza a percepire come estranei alla propria esistenza i processi ai quali si partecipa e dai quali si dipende. È un concetto descrittivo che propongo per interrogare questa distanza. Non gli attribuisco lo statuto di una categoria psicologica standardizzata o di una diagnosi.
Immaginiamo, come esempio, una persona che considera l’organizzazione del lavoro soltanto una questione aziendale. La stessa organizzazione struttura però il suo tempo, i rapporti con i colleghi, le possibilità di cura familiare, gli spostamenti e l’uso delle risorse. Riconoscervi parti delle condizioni della propria vita permette di mettere in discussione la separazione iniziale. Le connessioni erano già operanti: cambia la loro collocazione nella comprensione di sé.
Superare questa separatezza significa rendere pensabili conseguenze che una visione isolata tende a lasciare fuori. Non significa cancellare i confini personali, attribuirsi ogni responsabilità o pretendere di conoscere l’intera rete delle relazioni.
Riconoscersi nei processi reali
L’identificazione sta, nella mia proposta, alla base del superamento dei bias da separatezza. Riconoscermi nel corpo esteso significa comprendere che ambiente, relazioni e sistemi di cui faccio parte concorrono a ciò che sono e alle possibilità della mia vita. Posso così riconsiderare come parte della mia esistenza ciò che prima trattavo come una semplice circostanza esterna.
In questa prospettiva, dire che danneggiando il mio ambiente o il mio sistema di relazioni danneggio «in un certo senso parti di me» ha un significato concreto: comprometto condizioni alle quali la mia esistenza partecipa. Gli effetti possono riguardare anzitutto altri, manifestarsi lontano o attraversare generazioni. Non ne ricavo la promessa che ogni danno ritorni subito e nella stessa misura a chi lo provoca.
Questa identificazione lascia intatti l’autonomia degli altri e il loro valore. Appartenere a relazioni comuni non rende altre persone, comunità o viventi un mio possesso. La cura può essere motivata dalla comprensione della partecipazione e dal riconoscimento delle esigenze altrui, anche quando il vantaggio personale immediato è assente.
Il confronto filosofico con Arne Næss aiuta a precisare il tema: in Intrinsic Value l’identificazione è collegata all’esperienza del valore degli altri viventi. Næss osserva inoltre che la sua diffusione non garantisce da sola efficacia politica, perché condizioni sociali e conflitti di potere possono ostacolarla. La definizione di consapevolezza e la griglia qui sviluppate appartengono alla mia elaborazione.1
Perché la cura rimane una scelta
Mi riconosco nel mio corpo carnale, ma posso trascurarne i bisogni. Sapere che certe pratiche lo danneggiano offre ragioni per modificarle; non determina automaticamente il mio comportamento. L’analogia chiarisce la differenza fra appartenenza, comprensione e decisione.
Lo stesso vale per il corpo esteso. Riconoscermi nelle sue relazioni e comprenderne le conseguenze può sostenere una scelta intenzionale di cura. Se scelgo la sostenibilità integrata della vita come orientamento, occuparmi dell’ambiente, della qualità dei rapporti o delle condizioni del lavoro diventa una scelta ragionevole: vi riconosco condizioni della mia esistenza. Restano da decidere gli obiettivi, gli strumenti e i costi che sono disposto o in grado di assumere.
L’analogia con il corpo individuale ha un limite operativo: sul piano collettivo chi decide, chi beneficia, chi subisce un danno e chi può segnalarlo possono essere soggetti diversi. La cura richiede quindi ascolto, informazioni accessibili e responsabilità proporzionate al potere di intervenire. La buona volontà individuale va accompagnata da possibilità effettive e forme di azione comune.
La consapevolezza come ricerca circolare
La consapevolezza è una modalità intenzionale e circolare di ricerca della sostenibilità dei processi di relazione: comprendere quanto possibile, scegliere, agire, osservare gli effetti e rivedere la comprensione e le scelte.
L’identificazione può sostenere la motivazione a occuparsi di una relazione; il ciclo di ricerca serve a capire come farlo e che cosa accade quando interveniamo. La comprensione si modifica anche attraverso l’azione: posso scoprire effetti inattesi, coinvolgimenti che avevo trascurato o alternative migliori. Questa pratica resta aperta al confronto e alla revisione.
Osservare significa anche anticipare rischi e riconoscere possibilità di rigenerazione. Non occorre aspettare un danno per cominciare: possiamo confrontare scenari, ascoltare segnali precoci e proteggere condizioni difficili da ricostruire. Possiamo inoltre verificare quali interventi migliorino le relazioni e meritino di essere mantenuti. Il riferimento a Donella Meadows riguarda l’apprendimento dai sistemi, l’apertura dei modelli e l’uso del feedback nelle politiche.2
Da dove cominciare nella pratica
La griglia dei processi di relazione propone cinque direttrici: sé stessi, gli altri, lo spazio, il tempo e il pianeta. Sono prospettive intrecciate per esplorare una situazione. Per cominciare, possiamo seguire alcune domande:
- Quale processo sostengo e quale processo mi sostiene? Scelgo una relazione concreta, come gli spostamenti quotidiani o l’organizzazione del lavoro.
- Che cosa trattavo come esterno? Riconosco le persone, le risorse e le condizioni che partecipano alla mia vita.
- Quale cura scelgo e perché? Esplicito benefici attesi, possibili costi e alternative, tenendo conto di chi ha voce e potere.
- Come osserverò gli effetti? Decido quali informazioni servono, chi le raccoglie e quando riesaminare la scelta.
- Che cosa mi farebbe cambiare direzione? Mantengo aperta la possibilità di correggere l’intervento e la spiegazione iniziale.
Queste domande rendono la scelta discutibile e rivedibile. I criteri di sostenibilità aiutano a interrogare preservazione e rigenerazione, distribuzione degli effetti, autonomia, conseguenze nel tempo e capacità di correzione. Un’applicazione deve poi scegliere indicatori pertinenti al contesto: la sola compilazione di una mappa non dimostra un miglioramento.
Riferimenti e portata delle evidenze
La ricerca sulla connessione con la natura offre interlocutori empirici circoscritti. Martin e Czellar hanno sviluppato e verificato una scala della connessione fra sé e natura: misurare questo costrutto non equivale a dimostrare che la mia griglia lo aumenti.3 Lumber, Richardson e Sheffield, attraverso due indagini e un intervento di cammino, hanno studiato attività e percorsi associati alla connessione con la natura. Il loro esito riguarda quella connessione, senza convalidare l’intera proposta sul corpo esteso.4
Il passaggio dall’identificazione alla scelta della cura è qui una proposta teorica ed etica. Per studiare quanto la griglia aiuti concretamente a superare i bias da separatezza occorreranno confronti, misure adeguate e osservazioni nel tempo. Rendere espliciti questi livelli permette di discutere il modello senza confondere l’argomentazione con la prova di efficacia.
- Næss, A. (1993). Intrinsic Value: Will the Defenders of Nature Please Rise. In P. Reed e D. Rothenberg (a cura di), Wisdom in the Open Air, pp. 70–82. University of Minnesota Press. Ristampa autorizzata, pp. 3–4 del PDF.
- Meadows, D. H. Dancing With Systems, sezioni 3, 4 e 7. Archivio The Donella Meadows Project.
- Martin, C., e Czellar, S. (2016). The extended Inclusion of Nature in Self scale. Journal of Environmental Psychology, 47, 181–194. DOI · Testo integrale.
- Lumber, R., Richardson, M., e Sheffield, D. (2017). Beyond knowing nature: Contact, emotion, compassion, meaning, and beauty are pathways to nature connection. PLOS ONE, 12(5), e0177186. Testo integrale e DOI.
Continua il percorso: come utilizzare la griglia e quali criteri applicare.